sabato 9 agosto 2014

John Steinbeck - "FURORE"




Sono passati alcuni giorni da quando ho finito di leggere questo libro, e conseguentemente molte ore in cui mi sono interrogato su come scriverne la recensione. Ma nonostante mi sia messo in movimento, non sono affatto sicuro di riuscire a rendere il giusto omaggio a questo libro grandioso, e il giusto servigio al lettore di queste righe, il quale grazie ad esse si dovrebbe avvicinare a Steinbeck ed alla sua scrittura potente. Perche' siamo di fronte ad uno dei romanzi piu' importanti del '900, dove ogni sillaba e' carica di significato e dotata del dono dell'immortalita', ovvero in grado di comunicare con il lettore attraverso gli anni in modo sempre attuale ed originale.

Iniziamo dalla storia del suo concepimento e della sua traduzione italiana, che sono molto interessanti ed indicative della portata di questo scritto. "Furore" risale agli anni immediatamente antecedenti la seconda guerra mondiale e successivi alla Grande Depressione americana, quindi fu scritto in un periodo denso per quanto concerne le dinamiche sociali. E' un periodo di grandi stravolgimenti sociali, dove detona la bomba dell'industrializzazione mutando radicalmente le abitudini e le sicurezze della vita dei lavoratori agricoli. Questi lavoravano la terra tramite contratti di mezzadria e simili, e tramite la loro fatica e la simbiosi con i loro campi, ricavavano il sostentamento per il loro nucleo familiare. Una serie di questi famiglie tenute assieme da legami linguistici, lontane parentele ed usi e consuetudini, prima tra tutte la religione, andavano a costituire nelle vaste terre degli States dei sobborghi dall'aspetto di comunita' rurali. Un mondo in netto contrasto con quello cittadino, ma che ancora riusciva a vivere mantenendo non solo la sua indipendenza, ma ancora piu' importante la sua dignita'. Le fabbriche, le catene di montaggio ed i nuovi metodi di distribuzione delle risorse non avevano ancora attaccato queste roccaforti e non erano ancora predominanti. Nel libro il momento cruciale di passaggio e' segnato dall'avvento di un nuovo "mostro", che con le sue fauci ingurgita e distrugge l'opera a cui il contadino era intento: il trattore. Quest'ultimo e' un simbolo, carico di metallo, instancabile e impassibile. Non voglio fare una lezione di storia o di sociologia, come non vuole farla l'autore, ma solo ricreare per sommi capi l'atmosfera di un passaggio epocale nella fase della civilta' contemporanea, ovvero quello dal piccolo lavoratore alla grande proprieta'. Il libro segue le tracce della famiglia Joad, nel suo peregrinare dall'Oklahoma alla California, la falsa e mortale terra promessa. I Joad sono mezzadri, ma l'avvento delle nuove tecnologie rende obsoleto ed improduttivo il loro lavoro per le Banche d'affari proprietarie delle loro terre, e li costringono ad emigrare altrove in cerca non di fortuna, ma di vera e propria sopravvivenza. Cosi' siamo testimoni delle continue disgrazie e difficolta' di questa famiglia, distrutta nel fisico e sopratutto nello spirito dalle mille menzogne e soprusi con cui vengono tormentati, non per un loro fio o per malasorte, ma per una lucidissima azione costruttrice di un mondo, con la quale i potenti ingabbiano in un meccanismo senza via di fuga i deboli, aumentando il divario e diminuendo le possibilita' di venire a capo di tale ingranaggio parassitario. Il libro e' assolutamente dettagliato nel descrivere reali situazioni, essendo tra l'altro l'autore californiano e quindi testimone oculare di quelle vicende. Ogni Joad ha un tipo di carattere (Steinbeck costruisce personaggi memorabili che hanno ispirato canzoni tra gli altri a Bruce Springsteen) ma lo smarrimento dei punti di riferimento per queste semplici persone portera' indistintamente tutti allo sfacelo. L'unica pecora nera per il sistema forse sara' Tom, il primogenito della famiglia, ma, come l'autore vorrebbe, non vi sveliamo niente di piu'. Come si puo' capire da queste righe, si tratta di un romanzo che ha destato svariate accuse di socialismo, tanto che quando la Bompiani lo porto' in Italia nel 1940, il regime fascista ne censuro' molte parti, e solo nel 2013 la sua traduzione e' stata rifatta dando nuova linfa all'originale.

Muscoli tesi e mascelle serrate come solo quelle di un lavoratore curvo sulla sua terra, sapore di zolle e di tabacco masticato annusandone le pagine, una coltre densa sotto cui ribolle una cupa rabbia in lotta con la rassegnazione. Purtroppo leggendo "furore" vi troverete a pensare che il suo messaggio e' oggi piu' vivo che mai.

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